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su IL Piccolo del 19.11- I "Tweet dell'anima" di Mermolja

poesia

I "Tweet dell'anima" di Mermolja
sono un canto sulla diversità
 
Sappiamo tutti cos'è un tweet, grazie ai social sappiamo che un tweet corrisponde a un breve messaggio digitale, contenuto in pochi caratteri ma in grado di essere riverberato da una homepage all'altra. Un tweet può contenere molte informazioni e hanno sempre a che fare con il presente, con ciò che si vive e con ciò che si pensa, in un tweet tutto è piuttosto immediato. Ma che cos'è allora un tweet dell'anima? Come le corrisponde? Ace Mermolja, poeta, scrittore e giornalista, intitola così la sua ultima raccolta in versi, "Tweet dell'anima", in versione bilingue (sloveno/italiano) grazie alla raffinata traduzione di Daria Betocchi. Il libro nasce dalla sinergia tra le case editrici Vita Activa ed Editoriale Stampa Triestina (pagg.144, euro 12) e sarà presentato domani, alla Libreria Minerva alle 18 da Daria Betocchi e Ivan Verc.Tweet significa anche cinguettii, ci troviamo quindi di fronte ad alcuni cinguettii poetici, ma non sarebbe esatto. O meglio lo è nel senso del canto, ma indubbiamente sono cinguetti che sconfinano al di là di un breve canto perché va detto che Ace Mermolja dà il meglio di sé quando il respiro si allunga. Come osserva Betocchi nell'introduzione, la poetica dell'autore ha a che fare sempre con un confine, un margine, un limite, lo stesso che ci restituisce una riflessione sull'altro, inteso come identità altra, ma anche e soprattutto su quella "diversità" che connota ognuno di noi, sulle diverse anime che ci abitano. A partire dalla stessa Trieste, divisa tra il pensarsi in un modo e rivelarsi tutt'altro. Trieste, ci dice il poeta, è una mescolanza di questo e di quello. Lo sa bene Mermolja che racconta «la presenza in uno spazio e tempo definiti - osserva Ivan Verc - dove essere sloveno, sloveno a Gorizia e Trieste e sloveno che vive il confine e nel mondo, significano in primo luogo non cedere all'indifferenza, nella consapevolezza che spazi e tempi possano essere confluenti, spesso confliggenti». I due poemi più lunghi ci restituiscono innanzitutto un'identità che equivale a una "mescolanza", ma quasi invischiata in una dimensione mitologica che impedisce ad ognuno di essere ciò che davvero è ("Patria"). La voce si fa più alta, più lirica e più originale tuttavia nel secondo testo, "Fumando una sigaretta con Ezra Pound", una sorta di manuale di estetica, tanto più paradossale perché il testo affronta proprio l'incapacità, nella parola poetica, di descrivere adeguatamente la realtà e le sue tragedie, un testo metaletterario dunque contro ogni tipo di consolazione estetica. Eppure è proprio in questo componimento dal timbro (anche) esistenziale, estetico, dalla precisa volontà di scarnificare la propria onesta o disonestà intellettuale, che la scrittura si fa impegnata, civile, varcando tutti quegli ossimori che ognuno, per inconsapevolezza o timore, tende a rimuovere.
M.B.T.
 

La ricerca della qualità - Intervista a Gabriella Musetti su "Poesia del nostro tempo"

 

Può raccontarci brevemente la storia di Vita Activa e della sua collana dedicata alla poesia? Quali sono, a suo giudizio, le peculiarità che la caratterizzano?

Vita Activa nasce a fine dicembre 2014 e si caratterizza come editrice particolare: nasce dal desiderio di alcune donne con competenze e tempo a disposizione di mettersi in gioco direttamente nel campo editoriale per produrre libri di qualità, con una attenzione specifica alle scritture delle donne, specie quelle dimenticate o mai pubblicate. Quindi lavoro di archivio e biblioteche, recupero di testi significativi che non hanno avuto circolazione. Accanto a questo filone, da subito c’è lo sguardo rivolto alla contemporaneità, italiana e straniera, di donne e uomini. Abbiamo numerose collane: narrativa, saggistica, memorie, viaggi, libri per bambini e bambine. Da più di un anno anche una collana di poesia, “piccololaboratorio”, che pubblica lavori contemporanei che collegano la poesia ad altre arti oppure propone punti di osservazione obliqui, laterali e specifici sui test ... continua QUI

 

Frontiere simboliche e reali nelle personagge di Laura Ricci

Scrive Ornella Cioni su "Articolo 21":

 

Incontrarsi “nelle parole e nell’utopia della scrittura”, attraversare “frontiere linguistiche, sociali, culturali, psicologiche” anche invisibili, interrogarsi sul senso dello spazio e del tempo in cui si è nati, questo è l’invito che ci viene fin dall’esergo del libro di Laura Ricci (Sempre altrove fuggendo. Protagoniste di frontiera in Claudio Magris, Orhan Pamuk, Melania G. Mazzucco, Vita Activa, Trieste, 2019). Questo è il messaggio profondo dei tre autori che l’autrice indaga e il metodo di avvicinamento ai loro testi che mette in atto con una doppia lente: quella della lettrice appassionata ed esperta e quella di una pacata e gentile femminista che conosce ed esercita nelle sue analisi le elaborazioni che la cultura delle donne ha prodotto in questi anni. Adotta pertanto il termine “personagge”, termine sul quale esiste già una letteratura che cita, e sulle personagge  annuncia di volersi fermare con profonda attenzione al linguaggio di chi scrive e con l’atteggiamento già messo in atto da anni dalla critica femminista, che decostruisce e interpreta figure femminili della letteratura mettendo in luce come sono inventate, scritte, rappresentate e da chi. Ma le personagge, si sa, sono anche “voci interiori” (vedi Le personagge sono voci interiori, a cura di Gisella Modica, Vita Activa 2016) e non secondaria è nell’indagine del lavoro l’attenzione all’etereo sconfinamento tra vita e romanzo, che non appartiene solo al solitario esercizio di scrittura di autori e autrici, ma è ben noto alla fervida partecipazione di lettrici e lettori che non solo leggono le vicende di personaggi e personagge, ma a volte si imbattono in figure che leggono per loro la loro stessa vita.

 

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"Tweet dell’anima " - Ivan Verč su Laboratori di Poesia

 

Tweet dell’anima di Ace Mermolja (Vita activa – Est-Ztt, Trieste 2019).  articolo reperibile QUI

La raccolta di poesie di Ace Mermolja Tweet dell’anima (Vita activa – Est-Ztt, Trieste 2019), ottimamente tradotta da Darja Betocchi, che firma anche un esauriente saggio introduttivo, è una narrazione dell’anima. Non si esaurisce in poche parole, in slogan ridotti al minimo e alla ricerca dell’effetto garantito. È una presenza diversa, un’esplorazione dell’esserci, come direbbero i filosofi, che non ha nulla a che fare con la ricerca della visibilità effimera in un’inondazione di presenze, erroneamente convinte che la quantità, prima o poi, si trasformi in qualità.

A leggere i versi di Ace Marmolja mi è tornata in mente un’intervista al regista russo Nikita Sergeevič Mihalkov in occasione della presentazione del film Oči černye con Marcello Mastroianni. Alla domanda sul perché i suoi film, molto »russi«, godano di un tale successo, Michalkov non si rifugiò negli stereotipi sulla grande letteratura russa, dalla quale egli stesso aveva tratto molte sue opere (Čechov, Gončarov). Disse semplicemente: “Se parti dagli spazi che conosci, dalla cultura che ti è propria e da una disposizione dell’anima non indifferente nei confronti di ciò che ti circonda, puoi sempre raccontare qualcosa anche agli altri.” Non esite una letteratura universale, esiste solo un’industria universale della letteratura. Guardare, vedere e riflettere sul mondo che ti sta attorno, significa rispondere, responsabilmente, al rumore dei suoi molteplici tweet.

I tweet di Ace Mermolja raccontano la presenza in uno spazio e tempo definiti, dove essere sloveno, sloveno a Gorizia e Trieste e sloveno che vive il confine e nel mondo, significano in primo luogo non cedere all’indifferenza, nella consapevolezza che spazi e tempi possano essere confluenti, spesso confliggenti, il più delle volte complementari. I versi “impegnati” della raccolta sono la testimonianza di uno stato dell’anima, di un effettivo sentire la vita, a cavallo tra letteratura slovena e non e attiva partecipazione alla sua banale e devastante quotidianità. Mermolja non gioca con l’estetica, non scrive versi ermetici, non segue gratificanti sonorità e non scrive parole inutili, intrise di malcelata retorica. Racconta semplicemente la realtà, anche se non c’è nulla di realistico nella sua narrazione, anzi, è pienamente consapevole del pericolo di essere »sedotto dal castello sul colle, lontano dalla realtà« ed appagato dall’avere una “stanza in cui poter quieto assemblare il suo lego in nuove esistenze di rime” (come racconta nel poemetto “Fumando una sigaretta con Ezra Pound”, di grande attualità dopo il caso Handke). Le parole, per quanto possano sembrare inadeguate a raccontare la realtà, non si risolvono mai in puro esercizio formale, sono un atto consapevole di conoscenza.

Sono complementari i migranti, che “si addensano/ dove le genti in un gorgo/ s’incrociano e mischiano/ suoni, colori e dei” e sono complementari le “cellule nel mare” che un Dio “ha impastato in vive masse,/ con perfido gusto per le differenze/ che non s’amano mai”. Non è certo necessario navigare nel Mediterraneo per capire confluenze, collisioni e complementarietà delle nostre esperienze, è sufficiente vivere a Trieste, “mescolanza di questo e di quello,/ di ciò che è e non è”, con l’aspirazione, però, di essere un purissimo “levriero afgano”, come se, inconsapevoli, covassimo “nelle viscere un piccolo fascista”, che poi ci fa vergognare, lo nascondiamo e lo gettiamo “in un sacchetto di pivicì”. A Trieste ci sono solo “meticci”, che “stanno a rotolarsi nella mota/ del passato”, anche se poi, per fortuna, “gli scheletri/ degli uni e degli altri vanno a far un toc’ al Pedocin.”

Non diverso è in Mermolja il rapporto con la patria (quale? Slovenia?, Italia?, Trieste?, confine?), un “acquario d’idiomi” e di “finestre, porte, balconi,/ da cui si udiva/ un miscuglio d’italiano,/ sloveno, friulano”. Per gli uni sei “Francesco”, per gli altri “Ace”, ma tu sei sempre tu, anche se “ancora biascichiamo la storia/ come una gomma scipita”. La vita è “un orticello:/ se ti piace a colori, ci devi piantare verdure/ e fiori”, è un rigoglioso miscuglio, un “casotto osceno” da non aggiustare con “patate disposte in filari,/ simili a dritti e impettiti militari”. Per Mermolja “la patria è confusa mescolanza,/ lontananza”, non necessariamente terra d’origine, sempre incerta, è solo una casa temporanea. A Trieste, la “patria” è una delle molte narrazioni fasulle, che ha trasformato l’identità in un’imperdonabile rinuncia all’autenticità del proprio esserci per davvero.

“Poeta sum”, dice Mermolja, un poeta “della grotta di Platone,/ imbalsamato d’ombre”. È un poeta “impegnato”, ma “spoglio d’ogni idea/ che sappia varcare la mia frontiera”. Come insegna il Filosofo, il poeta non traccia i contorni di un’ipotetica Repubblica ideale, racconta solo la propria non indifferenza, il suo piccolo bonsai nel rumore martellante di troppe inutili parole. I suoi versi sono un appello alla non indifferenza dell’anima. Poco importa, se saranno in pochi a leggerli. A Trieste, dove il “tempo tiene incatenato/ l’indomito fragore del passato”, siamo tutti “stranieri”, anche se “perfino i cuori dei morti imprecano sulla via/ se un piede straniero gli si avvicina”. La Trieste dell’indifferenza è un triste “tavolino Biedermeier con natura morta”. Se la città recuperasse un po’ di memoria, potrebbe essere uno Stilleben tedesco o un tihožitje sloveno. Sarebbe pur sempre una “vita silenziosa”, ma attiva e partecipe nell’anima. Un silenzio fecondo, come si addice ai poeti.

Ivan Verč

Il Piccolo del 3-10-19 Giulia Basso scrive di "Sempre altrove fuggendo"

 

geografie / il saggio di Giulia Basso

Le "personagge" di Laura Ricci
donne che attraversano confini


A sentir parlare di "personagge" è inevitabile che qualcuno storca il naso con palese disapprovazione. Ma se perfino l'Accademia della Crusca, pur con alcuni distinguo, si è infine pronunciata a favore della declinazione al femminile di alcuni nomi (legittimando, per esempio, i termini sindaca o ministra) forse questa resistenza al cambiamento non è caratteristica intrinseca del linguaggio, che si evolve naturalmente e si arricchisce per connotare i cambiamenti sociali, ma è piuttosto una barriera di tipo culturale, eretta in nome di un purismo della lingua elevato a valore assoluto. Si muove in controtendenza il saggio di Laura Ricci "Sempre altrove fuggendo. Protagoniste di frontiera in Claudio Magris, Orhan Pamuk, Melania C. Mazzucco" (Vita Activa, pagg. 220, euro 15), che sarà presentato dall'autrice oggi, alle 17 a Monfalcone, nell'ambito di "Geografie".Più che di un saggio si tratta di un diario di lettura, che analizza alcuni romanzi - "Non luogo a procedere" di Magris, "Il museo dell'Innocenza" e "La stranezza che ho nella testa" di Pamuk, e "Lei così amata" di Mazzucco - focalizzandosi, in chiave femminista, sulle protagoniste di queste narrazioni, per evidenziarne le caratteristiche di libertà, autonomia e realizzazione di un progetto di vita che le contraddistinguono, anche al di là dell'intenzione dell'autore. Nella prefazione Ricci, che è giornalista, scrittrice e traduttrice, non ha timori nel dichiararsi alla ricerca di "personagge", una scelta linguistica che, evidenzia l'autrice, si può spiegare parafrasando la straordinaria nonna Anka in un passo magrisiano di "Danubio": "nel mio mondo le cose semplicemente succedono". Oltre al loro essere donne le protagoniste di questo saggio vengono definite "di frontiera": non tanto per la loro collocazione geografica, che pure esiste come intersezione e ponte di diverse culture e territori, quanto per la loro disposizione psicologica ed esistenziale: sono "donne che attraversano luoghi, epoche e società in grande trasformazione politica e sociale, a contatto con culture molteplici, costantemente in ascolto del loro desiderio di libertà e realizzazione". Dal romanzo di Magris, Ricci ricava una sorta di genealogia femminile, raccontando Deborah, Sara e Luisa, rispettivamente nonna, madre e figlia, tutte di origine ebraica e legate alla dolorosa storia della Risiera, indagando così diversi risvolti dell'animo femminile, del rapporto madre/figlia, del complesso tema dell'amore intrecciato con la guerra. Ma è forse la quarta "personaggia", un'antenata di Luisa, la più peculiare, perché è modellata sulla figura di una donna realmente vissuta nel 1500, durante la colonizzazione delle Antille: Luisa de Navarrete che, sospettata di stregoneria, sfugge al rogo e all'Inquisizione grazie alla sua intelligenza ed eloquenza. In Pamuk le "personagge" raccontano se stesse, ma attraverso i rapporti tra i sessi e le relazioni familiari gettano luce anche sulla società turca. In Mazzucco infine il gioco si complica, perché la protagonista del romanzo è una donna realmente vissuta, la scrittrice svizzera Annemarie Schwarzenbach (1908-1942). Viaggiatrice indomita, giornalista e fotografa, apertamente lesbica e ribelle, Schwarzenbach è una delle controverse protagoniste della vita culturale bohémien mitteleuropea tra la prima e la seconda guerra mondiale. Giulia Basso