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"Lettere da Salonicco" recensione di Cristina Benussi

Su Il Piccolo di mercoledì 5 dicembre Cristina Benussi scrive:

 

Le lettere di Jelena Dimitrijević

da una Salonicco in subbuglio dove le donne vogliono il velo: "Lettere da Salonicco"

 

lettere da Salonicco da Il Piccolo

 

Nata in Serbia nel 1862, viaggiatrice su quattro continenti e autrice di numerosi libri, Jelena Dimitrijević apparteneva a una famiglia potente...omissis Nel 1908, quando i Giovani Turchi si stavano muovendo per trasformare l'Impero ottomano in una moderna monarchia costituzionale, Jelena volle andare a Salonicco, dove i rivoluzionari avevano il loro quartier generale. Gioiva alla notizia apparsa sui giornali, secondo la quale le musulmane avevano finalmente gettato il velo. La città allora era popolata da ebrei, greci e turchi. I Dunmeh, ebrei convertiti all'Islam, avevano tuttavia mantenuto le loro abitudini, e le loro signore giravano a volto scoperto, come sempre. Grazie alla conoscenza della lingua turca, e ai suoi rapporti personali, riuscì allora a entrare nelle famiglie e negli ambienti dell'harem e a parlare con le donne turche. Grande fu la sua sorpresa quando si accorse che anche le più giovani, che pur possedevano oggetti pubblicizzati dai giornali di moda parigini, parlavano francese e conoscevano la cultura occidentale europea, tuttavia non pensavano di togliersi il velo, di ricevere uomini nelle loro abitazioni o di soggiornare in spazi promiscui.

Decise così di raccontare queste sue conversazioni in 11 lettere indirizzate alla signora Luisa Jakšić, insegnante alla Scuola Superiore Femminile di Belgrado: le “Lettere da Salonicco”, tradotte da Ginevra Pugliese ed edite ora da Vita Activa con un'accurata prefazione di Marija Mitrović, che vengono presentate oggi, alle 18, al Caffè degli Specchi... leggi tutto

LETTERARIA: Martina Napolitano scrive di “Attraversando il fiume in bicicletta”, ricordi di una vita tra Belgrado, l’Argentina e Trieste

LETTERARIA: Martina Napolitano scrive su “Attraversando il fiume in bicicletta”, ricordi di una vita tra Belgrado, l’Argentina e Trieste

 

Ana Cecilia Prenz Kopušar è un’argentina italiana nata a Belgrado; le tre anime spaziali, culturali e linguistiche in lei si mescolano e lottano in un fiume libero di ricordi personali che l’autrice attraversa come volando a bordo di una bicicletta senza pedali né freni. Un libro femminile con una narrazione quasi sospesa, dove i luoghi e i tempi hanno sempre prima di tutto una dimensione personale. La Storia si riflette nelle vicissitudini della famiglia dell’autrice che attraversa così gli anni della dittatura argentina, la Jugoslavia titina, le tensioni politiche italiane degli anni Settanta e, infine, la dissoluzione e le guerre della Jugoslavia. “È l’amore verso gli spazi, i loro riflessi, profumi, la loro gente” ad aver dato la luce a questo libro, Attraversando il fiume in bicicletta (auto-tradotto dallo spagnolo, edito da Vita Activa, 2016, euro 12), ammette Prenz Kopušar nell’epilogo...continua a leggere

Su Il Ponte Rosso Laura Ricci scrive del libro di fiabe di Kravos Una per un dito

Una per dito

In versione bilingue una nuova raccolta di fiabe di Marko Kravos

di Laura Ricci

Cosa può spingere un poeta a scrivere letteratura per l'infanzia, anzi nello specifico fiabe, e non in modo accidentale ma, almeno a partire da un certo momento, sistematico? Me lo sono chiesta a proposito di Marko Kravos, poeta in lingua slovena ben noto nell'ambito letterario di Trieste, di cui rappresenta una delle voci più interessanti e autorevoli. Kravos scrive anche critica letteraria e saggistica e è un raffinato traduttore in sloveno dall'italiano, dal serbo-croato e dallo spagnolo. Accanto alla sua corposa produzione poetica - sono ben ventisei le sue raccolte di poesia e è tradotto in venticinque lingue - la letteratura per l'infanzia appare nel 1991, con la pubblicazione di “Tre favole: una dolce, una soffice ed una quasi azzurra”; segue un periodo intensamente dedicato alla poesia, in cui pubblica opere fondamentali quali “Il richiamo del cuculo” (Campanotto, Udine, 1994) e “Le tracce di Giasone” (Hefti, Milano, 2000), e poi ancora fiabe tra il 2001 e il 2003. E se la poesia continua a essere la costante e copiosa gemmazione che pone Kravos all'attenzione del panorama letterario nazionale e internazionale, fino ai più recenti “Sale sulla lingua” (ZTT-EST, 2013) e “L'Oro in bocca” (Beit, Trieste, 2017), anche il fiorire della letteratura per l'infanzia non abbandona la vena dello scrittore, che torna a proporre in questi ultimi giorni una nuova raccolta illustrata di fiabe.

 


È appena uscito infatti, per la casa editrice triestina Vita Activa, il volume bilingue “Fiabe, una per dito / Pravljice, za vsak prstena”, con la traduzione in italiano a cura di Darja Betocchi e le illustrazioni di Dunja Jogan. La nuova opera di Kravos, in perfetta linea con il multiculturalismo dell'autore e della casa editrice, è stata presentata a Trieste il 21 maggio,  con un partecipato incontro alla Sezione ragazzi della Biblioteca Nazionale Slovena degli Studi presso il Narodni dom: a introdurre, con la presenza di Kravos, Betocchi e Jogan, la direttrice editoriale di Vita Activa, Gabriella Musetti.
Non mi stupisce che un poeta, e nel caso di Kravos un poeta estremamente dotto, scriva per i bambini, così come non mi stupisce che i bambini comprendano in modo inatteso e immediato i poeti dotti e la loro immaginifica parola: forse è l'assenza di sovrastrutture e di briglie banali e prudenti a spingere, gli uni come gli altri, nel mondo non per tutti accessibile della metafora. E quando si chiede a Kravos che cosa lo induca a scrivere fiabe è proprio al valore del mondo metaforico che il poeta rimanda, e al piacere di poterlo esprimere in canoni più liberi, e forse soprattutto più lieti e scherzosi, di quanto possa consentirgli la sua ricerca poetica.... continua

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Su "Letterate Magazine" Ornella Cioni scrive di "Artemisia"

Artemisia ancora e sempre su Letterate magazine

 

Parla in prima persona l’Artemisia di Angèle Paoli per raccontare la propria storia di bambina di sei anni e di orfana dodicenne, apprendista pittrice. I primi due capitoli del romanzo ci immergono nella luce corrusca della Roma dell’esecuzione della famiglia Cenci (1599), cui Artemisia assiste, e della morte per parto di sua madre. Di violenza e morte fa esperienza in tenera età Artemisia. La violenza di un’esecuzione per parricidio (maBeatrice Cenci era stata stuprata dal padre che poi uccise) e la violenza della vita matrimoniale, fatta di gravidanze plurime, sul corpo della propria madre, Prudenzia Montoni  Gentileschi, morta di parto a trent’anni alla settima gravidanza. Difficile destino per una fanciulla che, maggiore dei tre fratelli sopravvissuti, si trova in giovane età a dirigere una casa.
Artemisia già frequenta però la bottega del padre Orazio, che alcuni anni dopo, desiderando far conoscere sua figlia e trovare un mercante per le sue opere, scrive una lettera a Cristina di Lorena, a Firenze, in cui afferma di lei con orgoglio: ”… forse i principali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere” (lettera del 3 luglio 1612). La Gentileschi è già nel 1609 una pittrice compiuta, al di là della valutazione del padre. La sua opera  Susanna e i Vecchioni, mostra una grande maturità artistica per i suoi diciassette anni.Rivelatrice è anche la testimonianza di Nicolò Bandini, apprendista di Orazio, che dice che dal 1611 già preparava i colori e li mescolava solo per lei... continua QUI

Su Il Manifesto: Artemisia e il diario immaginato - Francesca Maffiol

artemisia su Il manifesto
 

Francesca Maffioli, 03.07.2018

SCAFFALE. Un libro di Angèle Paoli, «Artemisia allo specchio. Breve storia delle mie vite» edito da Vita Activa

Artemisia allo specchio. Breve storia delle mie vite (pp. 240, euro 15, traduzione di Anna Tauzzi) edito da Vita Activa è un romanzo scritto nella forma di un diario dialogato in cui ogni voce svolge un proprio disegno melodico. Da questa trama polifonica emerge l’evocazione della biografia di Artemisia Lomi Gentileschi, nella complessa faccenda che è il rapporto tra finzione e storia. Angèle Paoli recupera alcune verità dai documenti d’archivio operando un filtro sugli eventi che preferisce narrare: grazie alla finzione, la storia sembra perdere i confini e andare aldilà della durata e della contingenza dei fatti arrivando fino ai tempi che ci sono vicini.. continua

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